fbpx
Home » Gravidanza » Esami » Bi-test: l’esame del secondo mese di gravidanza
Bi-test

Bi-test: l’esame del secondo mese di gravidanza

Il bi-test, denominato anche esame di screening del primo trimestre o test combinato, è finalizzato a rilevare l’eventuale rischio che il nascituro venga colpito da patologie cromosomiche, come, ad esempio, la trisomia 13, la trisomia 18 e la trisomia 21 (meglio nota come Sindrome di Down) o da le malformazioni del cuore, dell’apparato scheletrico o del diaframma. Si tratta di un esame non invasivo che solitamente si effettua tra l’undicesima e la quattordicesima settimana di gestazione. Questo test, lo ricordiamo, non comporta rischi di sorta né per la futura mamma né per il feto.

Come funziona il bi-test

Il bi-test è un esame combinato che comprende un’analisi del sangue materno e un’ecografia. Con il prelievo ematico si analizzano i livelli di un ormone prodotto dall’embrione (Free-Beta HCG) e di una proteina plasmatica (PAPP-A) che sono indicativi del funzionamento della placenta; l’esame ecografico, dal suo canto,  consente la misurazione della translucenza nucale (TN), ovvero la raccolta di liquido che si osserva nel tessuto sottocutaneo che si trova sulla nuca del feto. I risultati incrociati di queste due analisi consentono di valutare il rischio cromosomico del feto. Nel caso in cui l’indice di rischio risulti essere elevato è opportuno che la gestante si sottoponga a ulteriori accertamenti come, ad esempio, l’amniocentesi, la villocentesi o il test del dna fetale.

Questo esame del primo trimestre andrebbe effettuato da tutte le gestanti, a prescindere dalla loro età.

Qual è l’attendibilità del bi-test?

Trattandosi di un esame di screening e non di una vera e propria diagnosi prenatale, il risultato del bi-test è di tipo probabilistico: indica cioè la percentuale di rischio che il feto presenti malformazioni e anomalie cromosomiche. Non si può parlare, dunque, di una attendibilità pari al 100%.

Come comportarsi in caso di bi-test positivo

Nel caso in cui l’esito del bi-test sia positivo, la gravidanza viene considerata a rischio e, come già detto, si prospettano alla gestante ulteriori approfondimenti con indagini mirate. In particolare è possibile sottoporsi alla villocentesi o alla amniocentesi, due metodiche invasive che garantiscono diagnosi più attendibili. Questi esami, è necessario sottolinearlo, comportano un rischio di perdita fetale pari all’1%. Non è da escludere, in alternativa, la possibilità di ricorrere a un test sul sangue materno per la ricerca del Dna fetale, che non comporta alcun rischio per il feto (si tratta di un semplice prelievo di sangue dalla gestante), ma il cui limite consiste nel fatto che è in grado di individuare solo le malattie cromosomiche più frequenti, ovvero Sindrome di Down, la Sindrome di Edwards e la Sindrome di Patau.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi