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fivet di cosa si tratta

Fivet: di cosa si tratta

Quando una gravidanza tarda ad arrivare e i mesi di tentativi si accumulano, molte coppie si ritrovano a leggere per la prima volta la parola fivet su un referto o durante un colloquio con il ginecologo. La sigla indica una delle tecniche di procreazione medicalmente assistita più diffuse in Italia, regolata dalla legge 40 del 2004 e monitorata dal Registro Nazionale della PMA presso l’Istituto Superiore di Sanità. Capire fivet cosa è, prima ancora di sedersi in un centro specializzato, aiuta ad arrivare a quel colloquio con le domande giuste e con un po’ meno ansia addosso.

Che cosa vuol dire la sigla fivet

La parola fivet è l’acronimo di Fecondazione In Vitro con Embryo Transfer, e già lo scioglimento della sigla racconta il procedimento nei suoi due momenti principali. L’incontro tra ovocita e spermatozoo avviene fuori dal corpo della donna, in laboratorio, dentro una piastra dove le cellule vengono messe nelle condizioni di unirsi da sole. L’embrione che si forma viene poi trasferito nell’utero, dove potrà annidarsi e dare inizio alla gravidanza. Questa tecnica rientra nel secondo livello della procreazione medicalmente assistita, quello che richiede un intervento più articolato rispetto alla semplice inseminazione intrauterina, nella quale gli spermatozoi vengono introdotti direttamente in utero e la fecondazione resta affidata al corpo.

Quando viene proposta la fivet

La fivet viene proposta quando i tentativi spontanei hanno dato esito negativo o quando la storia clinica della coppia indica ostacoli precisi al concepimento. Le tube chiuse o danneggiate, un’endometriosi avanzata, una riduzione della riserva ovarica legata all’età oppure un fattore maschile con pochi spermatozoi mobili portano spesso lo specialista a orientarsi su questa strada. In alcune situazioni l’infertilità resta senza una causa identificabile anche dopo esami approfonditi, e la fivet offre una risposta a un problema che i medici faticano a spiegare. L’età della donna conta parecchio: i dati del Registro Nazionale PMA segnalano che oltre un terzo di chi si rivolge ai centri ha superato i quarant’anni, un elemento che pesa sulle percentuali di riuscita e sul numero di tentativi da mettere in conto.

Come si svolge il trattamento

Il trattamento si sviluppa lungo alcune settimane e segue tappe abbastanza definite. Si parte dalla stimolazione ovarica, un ciclo di ormoni somministrati per iniezione che spinge le ovaie a portare a maturazione più ovociti nello stesso mese, al posto dell’unico che maturerebbe da solo. Ecografie e prelievi del sangue ravvicinati permettono di seguire la crescita dei follicoli giorno per giorno, così da individuare il momento adatto al prelievo. Il prelievo degli ovociti, o pick up, si esegue in sedazione e dura pochi minuti: con un ago sottile guidato dall’ecografo, il ginecologo aspira il liquido dei follicoli e recupera gli ovociti maturi. Nello stesso giorno il partner fornisce il campione seminale, che il biologo prepara selezionando gli spermatozoi migliori.

A questo punto ovociti e spermatozoi si incontrano in laboratorio. Nella fivet classica le due cellule vengono lasciate insieme nella piastra e la fecondazione avviene per conto proprio; quando il fattore maschile è marcato, il biologo ricorre alla ICSI e inietta un singolo spermatozoo dentro l’ovocita con una micropipetta. Gli embrioni che si formano restano in coltura qualche giorno, sotto osservazione, prima che si scelga quello con le caratteristiche migliori per il trasferimento. Il transfer chiude la fase attiva: un sottile catetere deposita l’embrione nella cavità uterina, senza anestesia, con una procedura che somiglia a una normale visita ginecologica. Gli embrioni non utilizzati, quando la loro qualità lo permette, vengono crioconservati e restano disponibili per un tentativo successivo, quello che i centri indicano come ciclo FER.

L’attesa dopo il transfer

Dopo il trasferimento comincia il periodo che le coppie descrivono come il più lungo dell’intero trattamento, le due settimane che separano dal test di gravidanza. Il corpo non manda segnali affidabili in questi giorni, e gli eventuali sintomi si confondono facilmente con gli effetti degli ormoni assunti in precedenza. I medici consigliano di riprendere la vita di sempre, lavoro compreso, perché nessuno studio dimostra che il riposo assoluto aumenti le probabilità di annidamento. Il dosaggio delle beta hCG nel sangue, trascorso quel tempo, dice se l’embrione si è impiantato. Un esito negativo lascia spesso un dolore che ha poco a che vedere con la statistica, e vale la pena metterlo in conto prima di iniziare, insieme al sostegno psicologico che molti centri mettono a disposizione proprio per queste fasi.

Le probabilità di riuscita e i fattori che contano

Parlare di percentuali di riuscita richiede qualche cautela, perché il numero che conta cambia molto da coppia a coppia. L’età della donna resta il fattore che pesa di più: la qualità degli ovociti diminuisce con gli anni, e questo si riflette sulle probabilità che un embrione si impianti e la gravidanza prosegua. I dati del Registro Nazionale PMA raccontano un ricorso alla fecondazione assistita in costante crescita, con oltre 217mila bambini nati in Italia nei primi vent’anni di applicazione della legge 40, e allo stesso tempo un affinamento delle tecniche, testimoniato dalla netta riduzione dei parti gemellari, scesi da quasi un quarto dei casi a poco più del cinque per cento grazie alla scelta di trasferire meno embrioni. Pesano anche la causa dell’infertilità, la risposta alla stimolazione, la qualità del seme e l’esperienza del centro. Un solo tentativo chiude di rado il discorso, e ragionare fin dall’inizio in termini di più cicli aiuta a reggere meglio un’eventuale prima delusione.

Una scelta sempre più comune, vissuta spesso in silenzio

Il numero di bambini nati grazie alla fecondazione assistita cresce ogni anno, eppure poche coppie raccontano di esserci passate. Si parla di fivet negli studi medici e sui forum notturni, molto meno ai pranzi di famiglia, quasi che una gravidanza costruita in laboratorio chiedesse ancora di essere giustificata. C’è qualcosa di paradossale in questa distanza tra la diffusione del metodo e il pudore che lo circonda.

Le donne che affrontano un ciclo imparano in fretta un vocabolario nuovo fatto di follicoli, beta e transfer, e lo maneggiano con la competenza di chi studia per necessità, mentre attorno a loro molti continuano a immaginare la fivet come una scorciatoia comoda invece che come la prova fisica ed emotiva che si ripete mese dopo mese. Conoscere in anticipo cosa comporta questa strada serve anche a questo: a togliere alla parola l’alone di mistero e a restituire alle coppie il diritto di parlarne senza abbassare la voce.

Domande frequenti sulla fivet

Quanto dura un ciclo completo di fivet?

Un ciclo completo di fivet dura in media dalle quattro alle sei settimane, contando dal primo giorno della stimolazione ovarica fino al test di gravidanza. I tempi cambiano a seconda del protocollo scelto dal centro e della risposta delle ovaie ai farmaci, e a volte il medico preferisce distribuire le fasi su due cicli diversi per lavorare in condizioni migliori.

La fivet è dolorosa?

La fivet resta un trattamento tollerabile in tutte le sue fasi: le iniezioni della stimolazione si fanno in casa con aghi sottili, il prelievo degli ovociti avviene in sedazione e il transfer somiglia a una comune visita ginecologica. Risultano più pesanti gli effetti degli ormoni, che possono dare gonfiore e sbalzi d’umore nelle settimane di trattamento.

Qual è la differenza tra fivet e ICSI?

La differenza tra fivet e ICSI sta nel modo in cui avviene la fecondazione in laboratorio: nella fivet classica ovociti e spermatozoi vengono lasciati insieme e l’unione avviene spontaneamente, mentre con la ICSI il biologo inietta un singolo spermatozoo dentro l’ovocita, una scelta utile soprattutto quando il campione maschile presenta pochi spermatozoi mobili.

 

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