Lettera a Francesco Guccini: il Maestro di una vita
Guccini è nato lo stesso anno di mio padre e di De André. Io l’ho seguito ai concerti quando ero poco più che una ragazzina, con la stessa devozione che molte coetanee riservavano ai Take That o ai Backstreet Boys. Entrai persino nel suo camerino con una lettera lunghissima stretta tra le mani e le lacrime agli occhi.
Avevo 16 o 17 anni quando iniziai ad ascoltarlo. Era una domenica qualunque e mia cugina Ersilia con l’orgoglio di chi condivide un tesoro, mi disse: “Ascolta questa”. Forse era Canzone per Piero, forse L’avvelenata, forse Canzone per un’amica. Poco dopo mi preparò una cassetta e me la affidò con una sola raccomandazione: ascoltarla con calma.
Da quel momento quell’uomo dolce e burbero, con la erre moscia e l’accento emiliano, divenne il traduttore delle emozioni più difficili da nominare. Fu un passaggio di testimone che attraversò generazioni: mio zio, poi mia cugina e infine io. Poi arrivò la mia amica Oriana, con cui trascorrevo pomeriggi interi a cantare le sue canzoni a squarciagola. Eravamo ragazze fuori moda per la nostra età, eppure Guccini ci faceva sentire più attente alle sfumature della vita.
Me lo sono portato dietro ovunque, anche negli anni dell’università a Roma. Nelle sere in cui mia cugina Katia prendeva la chitarra e mi cantava Quattro stracci e nei pomeriggi passati con Ersilia a ripassare le canzoni prima di ogni concerto. Quelle parole accompagnavano le amicizie, le sessioni di esami e i sogni di quegli anni.
Poi arrivò la tesi sulla Primavera di Praga e sul Partito Comunista Italiano. Recuperai il suo numero grazie a un fan conosciuto sul web e trovai il coraggio di chiamarlo. Mi rispose davvero lui. L’emozione fu tale che riattaccai quasi subito. Richiamai pochi minuti dopo e il Maestro rimase con me al telefono con una disponibilità commovente.
Ancora oggi, quando il peso delle giornate si fa sentire, salgo in macchina e canto le sue canzoni. Ogni volta ritrovo qualcosa di me stessa tra quei versi. E ogni volta mi sento un po’ meno sola, un po’ più capita.
Poi arrivò agosto
A distanza di appena due mesi da queste parole, mi sono ritrovata a scrivere di lui ancora una volta. Stavolta il tempo aveva cambiato il senso di ogni ricordo e trasformato una dichiarazione d’amore in un commiato. Per questo queste due pagine stanno insieme tra le Lettere di MammaWriter: raccontano la stessa storia in due momenti vicinissimi e profondamente diversi.
Morire ad agosto? Proprio adesso che è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore…? Hai interpretato un paradosso o forse da vecchi l’estate ferisce come una lama? Probabilmente è proprio così e me ne convinco rileggendoti: “Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni, gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti, l’arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti”.
Quindi questa data è coerente, in qualche modo,con quel tempo che, inesorabile, ti pesava sul cuore.
CI PRESE COME UN PUGNO CI GELÒ DI SCONFORTO SAPERE A BRUTTO GRUGNO CHE GUCCINI ERA MORTO
Francesco caro, ci hai dato troppa roba per andartene senza strascichi. Troppe serate a cantarti insieme da giovani, troppi concerti a seguirti e persino a gridarti “nudo”, troppi percorsi in macchina a cantarti a squarciagola per ricacciare la malinconia vivendola fino in fondo. Perché se non vivi non senti. Se non senti non superi. Ed eccoci qua ad affrontare questo tuo commiato che è poi un addio definitivo alla nostra bella epoque, al nostro “chi vuol esser lieto sia”. Hai cantato Venezia, Bologna, Itaca, gli Appennini e la tua piccola città, hai omaggiato la tua Culodritto e le nostre stagioni (tra sessioni d”esame e giorni persi in pigrizia), hai ricordato lui che si è ucciso per Natale, il pensionato e le radici e quella donna un po’ piu vecchia (ma quasi per gioco) che siamo tutte noi che ti abbiamo amato e che nelle tue parole abbiamo trovato la forza e le ragioni.
Come dissimulare questo dolore? Come accettare che faccia così male questo farewell?
Gli eroi son tutti giovani e belli, è vero, e tu li cantavi, con quel maglione sformato su un paio di jeans. Ma noi nostalgici ages, che eroi non siamo, come possiamo accettare che il nostro Maestro sia in un altrove che fatichiamo ad immaginare?
Vola dove noi vorremmo volare, adorata Pecora Nera. Noi restiamo qui, con le nostre impressioni di un momento e questo cuore di simboli pieno 🖤

Sono blogger, giornalista e web content editor; contemporaneamente sono mamma di Luca e Viola: il tempo è poco, ma faccio i salti mortali per dare sempre il meglio! Il mio motto è “Chi la dura la vince”!
