Ginecologa mostra a una donna l’ecografia delle ovaie durante una visita per la fertilità
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Fertilità ed età: quando rivolgersi a un centro di PMA

Avere un figlio a 30 anni, a 35 o a 40 può essere un’esperienza molto diversa dal punto di vista della fertilità. Eppure, quando si desidera una gravidanza, è difficile capire quanto il tempo possa incidere sulle possibilità di concepimento e quando sia opportuno chiedere una consulenza specialistica. C’è chi prova da mesi senza risultati, chi si avvicina ai quarant’anni e teme di aver aspettato troppo e chi, dopo aver eseguito un dosaggio dell’AMH, cerca di interpretare un valore che da solo racconta soltanto una parte della propria situazione riproduttiva.

Quando è il momento di rivolgersi a un centro di procreazione medicalmente assistita? E quali possibilità offre oggi la medicina della riproduzione? Ne abbiamo parlato con Riccardo Corizza, ginecologo e ostetrico, direttore del Centro di PMA e Infertilità di coppia Praxi-Provita di Roma, per capire come cambia la fertilità femminile con l’età e quali elementi considerare quando una gravidanza tarda ad arrivare.

Dopo quanto tempo di tentativi rivolgersi a un centro di fertilità

La soglia non è la stessa per tutte e si accorcia con l’età.

“Per donne di età inferiore ai 35 anni è consigliato un periodo di un anno di tentativi naturali”, premette Corizza. “Dopo questo tempo è assolutamente consigliato rivolgersi ad un ginecologo esperto di problemi riproduttivi, non un ginecologo generico! Se la donna ha più di 35 anni è sensato che il tempo di tentativi liberi si abbassi a 6 mesi”.

“Bisogna sempre avere ben chiaro che il fattore che più incide sulla capacità riproduttiva della specie umana è l’età della donna”, sottolinea.

I 3 esami da cui parte l’inquadramento della coppia

Prima di qualsiasi discorso sulle tecniche viene una verifica che segue la logica biologica del concepimento.

“Bisogna partire da tre elementi fondamentali”, spiega Corizza. “Per generare un embrione, il primo stadio di sviluppo di qualsiasi vertebrato, servono un ovocita, uno spermatozoo e un luogo idoneo di incontro tra i due gameti”.

Da qui i 3 esami di partenza:

  • assetto ormonale della donna, per verificare se è presente una ovulazione valida e costante e per quantificare la riserva ovarica;
  • spermiogramma, per verificare se il seme del partner è normale o patologico”
  • studio delle tube con isterosalpingografia o sonoisterosalpingografia, per verificare se le tube, il sito dove si incontrano i gameti e dove avviene la fecondazione ovocitaria, sono pervie e funzionanti.

Il fattore maschile e perché non va rimandato

Nei centri di procreazione medicalmente assistita l’uomo entra nel percorso diagnostico fin dal primo giorno.

“Va eseguito in primis uno spermiogramma, per verificare numero, morfologia e motilità degli spermatozoi”, chiarisce il ginecologo. “In realtà in un centro di PMA gli esami per l’uomo e per la donna sono contemporanei”.

Anche la fertilità maschile risente dell’età, con cambiamenti che riguardano soprattutto la qualità degli spermatozoi e la capacità riproduttiva.

“L’età influisce ma in maniera estremamente meno rilevante che nella donna”, precisa Corizza. “Sono note situazioni nelle quali uomini famosi hanno fatto figli anche a 70, 80 e addirittura 90 anni. Questo è dovuto al meccanismo di formazione dei gameti. La donna nasce con un patrimonio di ovociti alla nascita, che si depaupera strada facendo. Gli spermatozoi vengono completamente sostituiti e rinnovati ogni 2 o 3 mesi”.

Come cambia la fertilità fra i 35, i 40 e i 45 anni

L’età incide sulle possibilità di ottenere una gravidanza, ma quanto cambia concretamente la fertilità femminile con il passare degli anni? Corizza descrive l’andamento attraverso alcune percentuali indicative, che aiutano a comprendere come si riducano progressivamente le probabilità di concepimento.

“La curva di fertilità femminile ha un decremento abbastanza lento fino ai 30 anni”, racconta Corizza. “Dopo questa età la curva precipita in maniera esponenziale. A 35 anni siamo al 25 o 30%, a 40 anni al 10 o 15%, a 45 anni all’1 o 2%”.

Per valutare la fertilità, tuttavia, occorre considerare anche la quantità e la qualità degli ovociti. Due aspetti che risentono dell’invecchiamento ovarico e che possono variare sensibilmente da una donna all’altra. Una riserva ovarica ridotta, per esempio, può essere riscontrata anche in età relativamente giovane.

“La qualità peggiora in maniera drammatica dopo i 40 anni. La quantità si può testare tramite il test dell’AMH e la conta dei follicoli antrali, è sicuramente legata all’età, ma non sono rari i casi di donne di 30 o 35 anni con riserva ovarica ridottissima”, aggiunge.

Che cosa dice l’AMH e che cosa non dice

Molte donne arrivano alla prima visita con il dosaggio dell’ormone antimulleriano già fatto di propria iniziativa, e quasi sempre lo interpretano come un verdetto sulla fertilità.

“Ci dà semplicemente una stima della riserva ovarica, in pratica quanto tempo può attendere prima di procreare”, chiarisce Corizza, “ma non ci dice se la donna è fertile o meno”.

Le gravidanze delle attrici dopo i 45 anni

Le cronache raccontano con regolarità maternità intorno e oltre i 50 anni, quasi sempre senza una parola sul percorso che le ha rese possibili.

“È purtroppo un messaggio totalmente fuorviante che rischia di alterare completamente la percezione di cosa si possa o non si possa fare in base all’età, se si pensa prima o poi di fare un figlio”, osserva il ginecologo. “È quello che noi chiamiamo un bias cognitivo. Posso affermare con ragionevole certezza che nel 99% dei casi si tratta di gravidanze ottenute con ovodonazione”.

Ovociti propri o ovodonazione, dove sta il confine

Fino a quale età è ragionevole tentare una gravidanza attraverso la procreazione medicalmente assistita? In Italia la legge non stabilisce un limite anagrafico preciso, mentre i centri applicano criteri clinici che possono variare. La valutazione dello specialista tiene conto dell’età della donna, delle condizioni di salute e delle probabilità di successo del trattamento. Per Riccardo Corizza, è fondamentale che chi si rivolge a un centro di PMA riceva informazioni realistiche sulle possibilità offerte dalle diverse tecniche.

“È un argomento spinoso”, premette Corizza. “Il ginecologo della riproduzione prospetta soluzioni ai problemi della donna o della coppia che vuole fare un figlio, indica con chiarezza i pro e i contro delle scelte che farà in base a criteri molto stringenti. La nostra stella polare sono i numeri, le statistiche ci dicono con chiarezza tutto”.

La consulenza medica permette quindi di valutare le alternative disponibili e le rispettive probabilità di successo, lasciando alla donna o alla coppia la possibilità di compiere una scelta consapevole. Anche quando le possibilità di ottenere una gravidanza con i propri ovociti sono estremamente ridotte, entrano in gioco convinzioni personali che il medico è chiamato a rispettare.

“Poi ovviamente la scelta ultima spetta alla donna o alla coppia, in base ai propri convincimenti e alla propria visione del mondo. Io posso dire a una donna di 46 anni che per lei è quasi impossibile fare un figlio con i suoi ovociti, a meno che non creda ai miracoli, ma se non prende in nessuna maniera in considerazione l’ovodonazione il mio ruolo finisce lì”, racconta.

Esiste, allora, un’età oltre la quale il ricorso agli ovociti della donna offre possibilità di successo talmente basse da rendere poco ragionevole il trattamento? Sulle tecniche omologhe, che prevedono l’utilizzo dei gameti della coppia, Corizza esprime una valutazione precisa, distinguendo il proprio giudizio clinico dai limiti previsti dalla normativa.

“Secondo me un limite estremo per tecniche omologhe, ed è probabilmente già troppo avanzato visti i risultati, si può stabilire ragionevolmente a 45 anni”, afferma Corizza.

Una gravidanza dopo i 45 anni e come va seguita

Dal punto di vista ostetrico rientra fra le gravidanze a rischio, con un aumento di incidenza che riguarda più condizioni insieme.

“Aumenta consistentemente l’incidenza di aborto, parto pretermine, prematurità neonatale, ipertensione in gravidanza, gestosi, diabete gravidico, coagulazione intravascolare disseminata e morte intrauterina”, elenca il ginecologo.

Da questo discende l’indicazione sul luogo di cura.

“Dovrebbe essere seguita non da ginecologi generici, ma in centri ostetrici di livello elevato, con un’esperienza consolidata, che seguono un numero alto di gravidanze patologiche e con un servizio di rianimazione materna e neonatale con assistenza per la prematurità fetale”, precisa Corizza.

Il congelamento degli ovociti, a che età ha senso

Sui social il social freezing viene presentato come un modo per rimandare una scelta, e il margine di tempo che offre dipende quasi solo da quando lo si fa.

“È un’opportunità estremamente interessante, se non si è nelle condizioni di fare una gravidanza in tempi brevi dopo i trent’anni”, commenta Corizza. “Tutto ciò senza giudicare le scelte delle persone e senza falsi moralismi. La scienza lo prevede, in tutto il mondo viene eseguito, e anche nel nostro paese deve essere considerata una scelta sacrosanta che va rispettata”.

“Molte regioni si stanno muovendo in tal senso, rendendo questa tecnica una opzione praticabile nell’ambito del servizio sanitario pubblico”, aggiunge. “Meglio prima dei 35 anni. Molto prima se la riserva ovarica è bassa”.

Inseminazione, FIVET e ICSI, come si sceglie dopo i 40 anni

I 3 acronimi indicano procedure diverse per complessità e per quello che permettono di osservare.

“Dopo i 40 anni sarebbe meglio, se la donna o la coppia è d’accordo, eseguire una ICSI, perché i risultati sono migliori e perché ci consente di valutare la qualità di ovociti ed embrioni”, spiega il ginecologo.

Come leggere le percentuali di successo dichiarate dai centri

Esiste una fonte pubblica che raccoglie i dati di tutti i centri italiani e viene aggiornata ogni 2 anni.

“I risultati seri e onesti si possono evincere nella Relazione al Parlamento sulla Procreazione Medicalmente Assistita, con i dati più recenti diffusi dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità”, indica Corizza.

Il confronto internazionale non cambia il quadro.

“Nel resto del mondo i risultati sono analoghi. Nessuno degli operatori nella PMA ha una ricetta segreta per discostarsi da questi dati. Numeri mirabolanti che si trovano nel web sono puro marketing selvaggio e scorretto, ai danni dei pazienti”, avverte.

Le donne single e l’accesso alla PMA in Italia

La legge italiana riserva la procreazione medicalmente assistita alle coppie, e questo apre una distanza con la pratica di altri paesi.

“Ho usato il termine donna o coppia, perché è ormai abbastanza comune la richiesta di donne single di voler ricorrere a tecniche di PMA, nella ricerca di un figlio”, conclude Corizza. “In Italia non è permesso, al contrario di quanto avviene nel resto del mondo, quindi devono purtroppo andare in centri esteri”.

Ritratto del dottor Riccardo Corizza, ginecologo e ostetrico

Riccardo Corizza · Ginecologo e ostetrico

Ginecologo e ostetrico, dal 2018 dirige il Centro di PMA e Infertilità di coppia Praxi-Provita di Roma. Laureato e specializzato alla Sapienza, si è formato in procreazione medicalmente assistita all’Institute for Hormone and Fertility Research di Amburgo con una borsa di studio del Ministero della Pubblica Istruzione. Dal 1989 è responsabile del servizio di PMA e dei servizi di isteroscopia e colposcopia del consultorio ginecologico AIED di Roma, e ha seguito i trattamenti di procreazione assistita in diverse cliniche romane. È autore di pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali e relatore a congressi su endoscopia ginecologica, PMA e infertilità di coppia.

Intervista a cura di Brunella Farina per La parola agli esperti.

Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico, dell’ostetrica o del pediatra che ti segue.

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