Colesterolo alto in gravidanza: perché succede e quando controllarlo
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Il colesterolo sale in gravidanza in tutte le donne, comprese quelle che prima avevano valori bassi. Nel terzo trimestre il colesterolo totale supera del 43-50% i livelli precedenti al concepimento, il colesterolo LDL cresce di circa il 36% e i trigliceridi arrivano a triplicare. L’aumento è fisiologico e accompagna lo sviluppo del bambino, e proprio per questo un referto letto fuori contesto spaventa molto più di quanto dovrebbe.
Perché il colesterolo aumenta in gravidanza
Il colesterolo è la materia prima con cui l’organismo costruisce gli ormoni steroidei, a partire dal progesterone, che sostiene la gravidanza dalle prime settimane. Serve inoltre alla formazione delle membrane di tutte le cellule del feto e allo sviluppo del suo sistema nervoso, che nella seconda metà della gestazione cresce molto rapidamente.
Il meccanismo cambia nel corso dei 9 mesi. Nella prima metà, indicativamente fra la decima e la trentesima settimana, prevale una fase di accumulo sostenuta dall’aumento dell’appetito e dalla maggiore sensibilità all’insulina. Nel terzo trimestre il quadro si rovescia e compare una resistenza insulinica fisiologica, che insieme al lattogeno placentare attiva la liberazione dei grassi dal tessuto adiposo. Gli estrogeni aumentano la produzione epatica di lipoproteine e la sintesi di colesterolo nel fegato, mentre l’attività della lipoproteina lipasi si riduce.
Il risultato è una curva che sale fino al parto. Nelle prime 6 settimane si osserva anzi una leggera discesa di colesterolo totale, LDL e trigliceridi, seguita dalla risalita che comincia alla fine del primo trimestre.
Di quanto sale e in quale trimestre
I valori raccolti nel terzo trimestre, confrontati con quelli precedenti alla gravidanza, mostrano un aumento del colesterolo totale intorno al 43%, del colesterolo LDL intorno al 36% e del colesterolo HDL intorno al 25%. I trigliceridi crescono molto di più, con un fattore di circa 2,7 volte. Anche l’apolipoproteina B aumenta, di circa il 56%.
Il rapporto fra LDL e HDL resta invece sostanzialmente invariato, e questo spiega perché un profilo lipidico alterato in gravidanza abbia un significato diverso dallo stesso profilo fuori gravidanza.
Quali sono i valori normali del colesterolo in gravidanza
Non esistono intervalli di riferimento ufficiali validi per tutte le gestanti, perché i valori cambiano settimana dopo settimana e dipendono dal punto di partenza di ciascuna donna. La letteratura endocrinologica indica però un riferimento pratico, e cioè che in una gravidanza che procede normalmente né il colesterolo totale né i trigliceridi superano di norma i 250 milligrammi per decilitro in nessun momento della gestazione.
Un valore più alto merita una rilettura insieme al ginecologo o alla ginecologa, con l’anamnesi familiare e gli altri esami davanti. Rimane un dato da interpretare e non una diagnosi.
Perché gli intervalli di riferimento del laboratorio non valgono
È il punto che genera più ansia. Gli intervalli stampati accanto al risultato sono calcolati su persone non gravide, quindi leggere quel numero fuori contesto porta a spaventarsi per un dato atteso. In gravidanza non si diagnostica un’ipercolesterolemia e non si imposta una terapia sulla base di un esame isolato.
Il momento migliore per conoscere il proprio profilo lipidico cade prima del concepimento. Quando non è stato fatto, la prima visita ostetrica resta l’occasione utile per un controllo di partenza, che permette poi di leggere i valori successivi come una progressione e non come fotografie separate.
Quando il colesterolo alto in gravidanza va approfondito
Alcune situazioni richiedono un’attenzione diversa dalla semplice rassicurazione.
- Un’ipercolesterolemia familiare già nota o sospetta, perché in questo caso i valori partono alti e salgono comunque come in tutte le altre donne
- Trigliceridi molto elevati, per il rischio di pancreatite acuta
- Prurito intenso ai palmi delle mani e alle piante dei piedi, che indirizza verso un problema del fegato e non verso il colesterolo
Trigliceridi alti in gravidanza, il rischio da conoscere
I trigliceridi sono la frazione che cresce di più, e nella maggior parte delle gravidanze l’aumento resta privo di conseguenze. Il problema riguarda i valori molto elevati, che possono scatenare una pancreatite acuta, condizione seria sia per la madre sia per il bambino. Il rischio si concentra nelle donne con un difetto del metabolismo dei grassi già presente prima della gravidanza, come la sindrome da chilomicronemia familiare, nelle quali i trigliceridi salgono ulteriormente.
La soglia oltre la quale intervenire viene stabilita dallo specialista, e il percorso comincia sempre da una dieta a bassissimo contenuto di grassi. Nei casi gravi esistono trattamenti specifici, fino alla plasmaferesi, che si valutano in centri di riferimento.
Il prurito alle mani e ai piedi non dipende dal colesterolo
Un prurito intenso concentrato sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi, senza alcuna eruzione cutanea visibile e spesso peggiore di notte, fa pensare alla colestasi gravidica. È un disturbo del fegato che compare di solito nel terzo trimestre e interessa fra l’1,5 e il 4% delle gravidanze altrimenti sane.
La diagnosi si basa sul dosaggio degli acidi biliari totali nel sangue, che secondo la linea guida del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists conferma la colestasi quando raggiunge o supera i 19 micromoli per litro, misurato senza digiuno. Gli altri esami del fegato servono a escludere cause diverse. Se i valori risultano normali ma il prurito continua, il controllo va ripetuto ogni settimana.
È un sintomo da riferire subito, senza aspettare l’appuntamento successivo, perché la gestione della gravidanza cambia in base ai valori degli acidi biliari. Dopo il parto il prurito si risolve, e un controllo a 4-6 settimane serve a confermare il ritorno alla normalità.
Che cosa cambia a tavola
L’alimentazione non annulla l’aumento fisiologico del colesterolo, perché la quota maggiore viene prodotta dal fegato e serve alla gravidanza. Una dieta equilibrata resta utile per contenere l’eccesso e per il benessere generale, e le indicazioni su cosa mangiare in gravidanza valgono anche in questo caso.
Conviene limitare i condimenti ricchi di grassi saturi come burro e panna, i salumi, i fritti, i dolci industriali e i formaggi stagionati. Spazio invece ai grassi insaturi dell’olio extravergine di oliva e della frutta secca, al pesce azzurro per gli acidi grassi omega 3, alle verdure, ai legumi e ai cereali integrali per l’apporto di fibra. L’attività fisica moderata e regolare, quando la gravidanza lo consente, aiuta soprattutto sul versante dei trigliceridi.
Nessuna di queste misure va intesa come una cura. Servono a non aggiungere un eccesso evitabile a un aumento che è già previsto dalla fisiologia.
Perché il riso rosso fermentato non si usa in gravidanza
Il riso rosso fermentato compare spesso fra i rimedi naturali consigliati per il colesterolo, e in gravidanza è da evitare. Il suo principio attivo è la monacolina K, che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e la Commissione europea considerano identica alla lovastatina, cioè al principio attivo di un farmaco statinico.
Il Regolamento UE 2022/860, in vigore dal giugno 2022, limita il contenuto a meno di 3 milligrammi di monacoline per dose giornaliera e impone sull’etichetta un’avvertenza esplicita, “Non deve essere consumato dalle donne in gravidanza o in allattamento, dai bambini di età inferiore ai 18 anni e dagli adulti di età superiore ai 70 anni”.
Lo stesso vale per gli altri integratori che promettono di abbassare il colesterolo. In gravidanza nessun prodotto di questo tipo va iniziato di propria iniziativa.
Statine e gravidanza, che cosa è cambiato
Le statine si sospendono nella grande maggioranza delle gravidanze, e la stessa indicazione vale nel periodo in cui si cerca un figlio. La novità degli ultimi anni riguarda il modo in cui questa indicazione viene formulata.
Nel luglio 2021 la Food and Drug Administration statunitense ha chiesto ai produttori di rimuovere dall’etichetta di tutte le statine la controindicazione assoluta in gravidanza, che vietava l’uso del farmaco a qualunque donna incinta. La motivazione è che un divieto totale non è appropriato, perché esiste un piccolo gruppo di pazienti ad altissimo rischio cardiovascolare per le quali il beneficio può superare il rischio, come le donne con ipercolesterolemia familiare omozigote o con una malattia cardiovascolare già manifesta.
Il messaggio pratico resta lo stesso per quasi tutte. La FDA ribadisce che il trattamento dell’ipercolesterolemia non è in genere necessario durante la gravidanza e che nella maggior parte dei casi la statina va sospesa. Cambia la rigidità della regola, che lascia spazio a una valutazione individuale affidata allo specialista.
Per l’allattamento l’indicazione è netta. Chi assume una statina non deve allattare, perché il farmaco passa nel latte. Molte donne possono sospenderla temporaneamente fino alla fine dell’allattamento, mentre chi ha bisogno di una terapia continuativa ricorre al latte formulato.
Ipercolesterolemia familiare e gravidanza
Le donne con ipercolesterolemia familiare eterozigote arrivano alla gravidanza con un colesterolo LDL già alto, e durante la gestazione quei valori salgono ulteriormente, con lo stesso andamento osservato nelle donne con un profilo di partenza normale.
La conversazione con il centro specialistico va avviata prima del concepimento, perché riguarda la sospensione della terapia in corso, la pianificazione dei controlli e il recupero del trattamento dopo il parto. Sono decisioni che non si prendono da sole dopo un test di gravidanza positivo.
Dopo il parto e durante l’allattamento
I valori tornano verso i livelli precedenti alla gravidanza senza bisogno di alcun intervento, e la parte maggiore della discesa avviene nelle prime settimane. Un controllo a distanza, a 2 o 3 mesi dal parto e lontano dall’allattamento esclusivo, restituisce una fotografia più realistica del profilo lipidico di base.
Quel controllo ha un valore che va oltre il post partum. Un profilo lipidico alterato dopo la gravidanza merita un percorso di prevenzione cardiovascolare, concordato con il medico di famiglia o con un centro per lo studio delle dislipidemie.
Fonti
- R. Wild, K.R. Feingold, Effect of Pregnancy on Lipid Metabolism and Lipoprotein Levels, in Endotext, MDText.com, aggiornamento gennaio 2026
- Food and Drug Administration, FDA requests removal of strongest warning against using cholesterol-lowering statins during pregnancy, Drug Safety Communication, 20 luglio 2021
- Commissione europea, Regolamento (UE) 2022/860 del 1° giugno 2022, che modifica l’allegato III del regolamento (CE) n. 1925/2006 per quanto riguarda le monacoline da riso rosso fermentato, GU L 151 del 2 giugno 2022
- J. Girling, C.L. Knight, L. Chappell, Intrahepatic Cholestasis of Pregnancy. Green-top Guideline No. 43, Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, BJOG 2022
- S. Hobson, S. Gandhi, M. Sobel, Intrahepatic cholestasis of pregnancy, CMAJ 2022;194(48):E1650

Sono giornalista pubblicista iscritta all’Ordine e web content editor. Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione alla Lumsa di Roma. Come pubblicista ho scritto e curato contenuti per Mamme.it, Maternita.it e Dottori.it, e ho collaborato con marchi come Pampers e Philips Avent. Su Mammawriter scrivo di gravidanza, parto e primi anni di vita: parto dalle fonti sanitarie, le verifico e le traduco in un linguaggio comprensibile, senza sostituirmi al medico o all’ostetrica che ti segue. Sono mamma di Luca e Viola.
Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico, dell’ostetrica o del pediatra che ti segue.







