Lettera ad Alessandro Di Battista
Caro Alessandro Di Battista, grazie per aver tolto l’armatura
ho ascoltato le parole con cui hai raccontato il tumore, l’intervento e le cure che adesso ti aspettano, e ho pensato soprattutto al tuo rifiuto della retorica del guerriero. È irriverente, fastidioso, fuori luogo parlare di battaglie, di vittorie e sconfitte, quasi che insieme alla diagnosi una persona ricevesse anche un ruolo da accollarsi. Tu hai scelto parole sobrie, dicendo che farai le cure e speri che funzionino, e proprio questa normalità restituisce alla malattia una dimensione che conosce bene chiunque l’abbia incontrata nella propria famiglia. Ci si cura, ci si affida ai medici, si ha paura, si aspetta un risultato, si cerca di stare a galla.
Trasformare il cancro in una battaglia illude che il coraggio, la volontà o una particolare disposizione d’animo abbiano il potere di governarne l’esito. Eppure una persona può affrontare ogni terapia con una forza enorme e ammalarsi ancora, così come può sentirsi terrorizzata, fragile, arrabbiata e poi… guarire.
Il cancro è democratico, hai detto, una livella, per dirla con Totò. Hai perfettamente ragione: la malattia può raggiungere chiunque; le condizioni nelle quali ciascuno la affronta dipendono però dal luogo in cui vive, dalla qualità dell’assistenza disponibile, dalle risorse del sistema sanitario e perfino dalle circostanze politiche ed economiche del Paese in cui si trova.
Tu ti sei ritrovato dentro un ospedale dell’Avana, e hai affidato la tua vita a medici che, secondo quanto hai raccontato, hanno individuato rapidamente l’edema cerebrale, avviato le cure necessarie e reso possibile un intervento complesso. Nello stesso ospedale però hai visto carenza di acqua, corrente e attrezzature e hai scelto di parlarne, attribuendo una parte importante di quelle condizioni al blocco statunitense. È una denuncia che ha il valore aggiunto della testimonianza nata mentre la tua attenzione avrebbe avuto ogni ragione per concentrarsi esclusivamente sulla tua salute.
Ti auguro che le terapie facciano il loro lavoro e che gli spazi di libertà di cui hai parlato diventino ogni giorno più ampi.

Sono giornalista pubblicista iscritta all’Ordine e web content editor. Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione alla Lumsa di Roma, con un corso di perfezionamento alla Sapienza. Come pubblicista ho scritto e curato contenuti per Mamme.it, Maternita.it e Dottori.it, e ho collaborato con marchi come Pampers e Philips Avent. Su Mammawriter scrivo di gravidanza, parto e primi anni di vita: parto dalle fonti sanitarie, le verifico e le traduco in un linguaggio comprensibile, senza sostituirmi al medico o all’ostetrica che ti segue. Sono mamma di Luca e Viola.







