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Bambini seduti in cerchio in classe mentre parlano insieme durante il Klassens tid

Klassens tid: e se anche a scuola si insegnasse l’empatia?

“Mamma, oggi nessuno ha voluto giocare con me.”

Una frase del genere, buttata mentre si tolgono le scarpe o cercano i biscotti nella credenza, ti si pianta nello stomaco e non se ne va per il resto della giornata. La dicono con quella leggerezza solo apparente che hanno i bambini, e tu provi a rispondere con calma “magari domani va meglio, tesoro”,  mentre dentro è già partito il solito film.

Sarà successo solo oggi o succede tutti i giorni? Avrà degli amici, in quella classe? E poi quella domanda che arriva puntuale e che ci ferisce, immancabilmente: ci sarà qualcosa che ho sbagliato io?

Se ti riconosci in questa scena, voglio dirti subito una cosa: non sei sola, e soprattutto non sei tu il problema. Le relazioni tra bambini sono una delle poche cose che, da genitori, viviamo con un senso di impotenza quasi totale. Possiamo controllare i compiti, gli orari, la merenda, l’ora della nanna. Ma quello che succede in classe, nei corridoi, durante la ricreazione, lì non ci arriviamo. E lì, lo sappiamo bene, si gioca buona parte della felicità dei nostri figli.

In Danimarca hanno trovato una risposta 

Mi sono imbattuta per caso in una parola danese che da qualche giorno non riesco a togliermi dalla testa: Klassens tid. Si traduce, più o meno, con “l’ora della classe”, e indica una cosa semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo. In Danimarca, ogni settimana, dai 6 ai 16 anni, i bambini/ragazzi hanno un’ora di lezione, all’interno dell’orario scolastico, dedicata alle relazioni e alla capacità di stare insieme agli altri.

Funziona più o meno così: la classe si siede in cerchio, spesso con qualcosa di buono da mangiare preparato insieme, e si parla. Si parla degli eventuali problemi relazionali che hanno avuto luogo nel corso della settimana, per esempio un litigio che non si è riusciti a chiudere, qualcuno che è stato preso in giro o che si è sentito escluso, e tutti insieme, con l’insegnante, si cerca una soluzione. Lo scopo ultimo non è andare alla ricerca dei colpevoli; ciò che conta è capire, districare la matassa. E quando non ci sono problemi sul tavolo, semplicemente si sta bene insieme, in quello che i danesi chiamano hygge: una parola che non ha un corrispettivo preciso nella nostra lingua, ma che vale più o meno “intimità calda e accogliente”, il piacere di sentirsi al sicuro tra persone che ti vogliono bene.

Il Klassens tid è parte del programma nazionale oramai da decenni: una pratica radicata nella scuola danese fin dall’Ottocento ed entrata ufficialmente nel curriculum negli anni Novanta. Per loro insegnare l’empatia conta esattamente quanto insegnare a leggere. La psicoterapeuta Iben Sandahl, una delle voci più note di questo metodo, lo riassume con una frase che mi ha fatto venire i brividi: quando un bambino viene riconosciuto, diventa qualcuno.

E attenzione, perché la prima obiezione che viene in mente: “sì, ma poi i conti e la grammatica chi glieli insegna?”; i danesi l’hanno già smontata da un pezzo: i loro studenti continuano a piazzarsi sopra la media OCSE nelle prove internazionali.

Si può imparare a volersi bene e a fare le divisioni. Non è un aut aut.

Questione di “carattere”? No, è una competenza che si insegna!

Ed è qui che, da mamma, mi si è acceso qualcosa. Perché noi le relazioni tra bambini tendiamo a semplificarle. C’è il bambino “socievole” e quello “timido”, quello che “lega subito” e quello che “fa più fatica”, come se il temperamento fosse scritto nel DNA,  per cui non resta che incrociare le dita. E invece no. L’empatia, l’ascolto o la capacità di gestire un litigio sono vere e proprie competenze. E le si può apprendere, esattamente come si impara a contare e ad allacciarsi le scarpe.

Il punto è che da noi questo tempo, semplicemente, non c’è. Secondo l’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicata all’inizio del 2024, già alla scuola primaria circa 5 bambini su 100 subiscono prepotenze più volte al mese; il monitoraggio della piattaforma Elisa del Ministero stima che circa un bambino su 4 viva qualche forma di bullismo; e il dato che mi ha colpita di più, solo sei ragazzi su dieci dichiarano di sentirsi davvero accettati dai propri compagni. Non li riporto per spaventare (di allarmismo sui nostri figli ne abbiamo già abbastanza), ma per dire una cosa precisa: se così tanti bambini vivono male le relazioni con i pari, il problema non è da ricercare nel singolo bambino “difficile” né la singola mamma “che non lo ha educato bene”. È che a nessuno, nel sistema, sono stati dati il tempo e gli strumenti per insegnare loro a stare insieme. Diamo per scontato che lo imparino da soli, per osmosi, e poi ci stupiamo quando non succede!

Quindi no: se tuo figlio torna a casa dicendo che nessuno ha voluto giocare con lui, non pensare che ci sia qualcosa che non va in lui. Purtroppo si trova a vivere in un mondo che gli chiede di saper stare con gli altri senza avergli mai insegnato come si fa!

La nostra piccola “ora della classe”, a casa

Tuttavia non dobbiamo aspettare che la scuola italiana adotti il Klassens tid (anche se sognare non costa nulla). Qualcosa, nel nostro piccolo, possiamo coltivarlo tra le mura di casa. E non crediate che servano competenze da pedagogista, basta solo un po’ di buona volontà!

Ecco cosa ho provato a fare io:

Un momento fisso, ogni settimana, solo per parlare di come si sta. Chiamatelo come vi pare (“il cerchio”, “la chiacchiera della domenica”) l’importante è che sia un appuntamento, non qualcosa che si tira fuori solo quando è già scoppiato il problema. A volte, sull’esempio danese, lo facciamo con una merenda: si parla meglio se il palato è soddisfatto!

Dare un nome alle emozioni: prima di chiedere “cosa è successo”, provo a chiedere “come ti sei sentito”. “Escluso”, “arrabbiato”, “geloso”, “incompreso”.

Ascoltare senza la fretta di risolvere: qesta è la parte più difficile, lo ammetto. La tentazione di dire subito “domani vai e gli dici che…” è fortissima. Ma ciò che veramente serve ai bambini e sentirsi capiti e stimolati a cercare una propria soluzione.

Allenare lo sguardo dell’altro: “Secondo te il tuo amico come si sarà sentito?” È la domanda magica del Klassens tid, che alimenta la capacità empatica.

Proteggere i momenti di hygge: una partita a carte la domenica, una serata sul divano davanti a un film, la merenda preparata insieme: sono le occasioni in cui ai bambini capita di litigare per chi ha vinto, di fare pace, di prendersi in giro, di aspettare il proprio turno, di consolare chi ha perso.

Le relazioni, in fondo, si imparano così, standoci dentro e la famiglia è il primo posto dove i bambini fanno pratica, prima ancora che in classe.

Ecco cosa si può fare concretamente: consentire ai nostri bambini di vivere l’esperienza di un contesto in cui le relazioni contano e in cui i sentimenti si possono nominare ad alta voce per essere ascoltati e accolti. Non gli risolveremo tutti i litigi della ricreazione, ma impareranno che stare bene con gli altri  è qualcosa che si può apprendere.

Da mamma a mamma, ti assicuro che è già moltissimo!

 

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