Donna incinta in ambulatorio mentre la ginecologa le spiega i risultati degli esami
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Infezioni in gravidanza e autismo: cosa dice lo studio svedese

Un bambino nato con un’infezione contratta durante la gravidanza ha una probabilità tre volte più alta di ricevere una diagnosi di autismo. Lo dice uno studio svedese pubblicato il 21 settembre su JAMA Pediatrics, condotto su 3,7 milioni di persone nate fra il 1987 e il 2021. È un dato forte, che va letto insieme a un secondo dato: queste infezioni sono rarissime e spiegano appena lo 0,03% dei casi di autismo.

Che cosa ha studiato il Karolinska

I ricercatori del Karolinska Institutet, con Hugo Sjöqvist come primo autore, hanno incrociato i registri sanitari svedesi di 3,7 milioni di nati, seguiti fino a trent’anni. Fra questi hanno individuato 975 persone nate con un’infezione congenita del gruppo TORCH, la sigla che raccoglie toxoplasmosi, sifilide e altre infezioni, rosolia, citomegalovirus ed herpes simplex. Sono le infezioni che possono passare dalla madre al feto durante la gravidanza.

Rispetto agli altri bambini, chi era nato con una di queste infezioni aveva una probabilità circa tre volte più alta di ricevere una diagnosi di autismo, più di sette volte più alta di disabilità intellettiva e circa trenta volte più alta di disabilità intellettiva grave o profonda. Circa un bambino su cinque nato con un’infezione TORCH ha ricevuto una diagnosi di autismo. Per ADHD e disturbo ossessivo-compulsivo, invece, non è emersa alcuna associazione.

Perché il titolo allarmistico è sbagliato

Il punto che nei titoli di questi giorni si perde è quanto queste infezioni siano rare. Su 3,7 milioni di nati, i casi erano 975: meno di tre ogni diecimila. Gli stessi autori calcolano che le infezioni TORCH spieghino lo 0,034% dei casi di autismo in Svezia e l’1,2% dei casi di disabilità intellettiva grave.

Tradotto: per la singola bambina o il singolo bambino che nasce con una di queste infezioni il rischio è davvero più alto, ma sul totale delle diagnosi di autismo queste infezioni pesano quasi nulla. Lo studio non riguarda l’influenza, il raffreddore o la febbre in gravidanza: parla solo di infezioni che arrivano al feto.

È anche uno studio osservazionale, costruito sui registri: descrive un’associazione e non dimostra da solo un rapporto di causa ed effetto.

La parte che riguarda davvero chi è incinta

Queste infezioni, quando si prevengono, si prevengono prima o durante la gravidanza, e sono controlli che fai già.

  • Rosolia. È l’infezione per cui esiste un vaccino, da fare prima della gravidanza. Se non sei immune, trovi i dettagli nell’articolo su rosolia in gravidanza.
  • Toxoplasmosi e sifilide. Rientrano fra i primi esami della gravidanza, e il toxo-test si ripete nel tempo se non sei immune.
  • Citomegalovirus. È l’infezione congenita più frequente e non ha un vaccino. Si previene con l’igiene, soprattutto se hai già un bambino piccolo in casa o lavori con i bambini: lavarsi le mani dopo il cambio del pannolino, non finire la pappa avanzata, non usare le stesse posate, evitare i baci sulla bocca.
  • Vaccinazioni in gravidanza. Quelle raccomandate le trovi nell’articolo sui vaccini in gravidanza.

Cosa resta di questo studio

Serve soprattutto a chi si occupa di sanità pubblica: dice che dietro una quota piccola ma non nulla di disabilità intellettiva grave ci sono infezioni prevenibili, e che vaccinazione e screening valgono anche per questo. Per chi è incinta, il messaggio pratico è molto più semplice di quanto lascino intendere i titoli: fare gli esami previsti e, per il citomegalovirus, seguire le regole di igiene. Il resto è un numero che fa paura letto da solo e molto meno paura letto per intero.

Fonti

Karolinska Institutet – Rare pregnancy infections linked to autism

Sjöqvist H. et al., JAMA Pediatrics, 21 settembre 2026

Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico, dell’ostetrica o del pediatra che ti segue.

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