diastasi addominale
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Diastasi addominale dopo il parto: come riconoscerla e cosa fare

Dopo una gravidanza la pancia può gonfiarsi nel corso della giornata o lasciare intravedere una specie di cresta quando ci si alza dal letto. Sono i segnali della diastasi addominale, una condizione di cui si parla molto sui social e spesso in modo impreciso.

Ne abbiamo parlato con Maria Lottante, fisioterapista specializzata in riabilitazione del pavimento pelvico che si occupa di riabilitazione uro-ginecologica e proctologica.

Che cos’è la diastasi addominale

“Viene definita diastasi addominale il fisiologico allontanamento dei due muscoli retti dell’addome lungo la linea mediana, detta linea alba”, spiega la fisioterapista. “I muscoli addominali che formano la classica tartaruga sono formati da due fasce verticali, tenute insieme da una striscia di tessuto elastico. Durante la gravidanza questo tessuto si allunga per far spazio al bambino che cresce e i due muscoli si allontanano. Quando questo spazio non si riduce spontaneamente dopo il parto parliamo di diastasi persistente”.

Il punto importante arriva subito dopo: “Più che la distanza in sé, ciò che veramente dovremmo attenzionare è come risponde la pancia all’aumento di pressione intraddominale e come ci si sente”.

I segnali da osservare

Due in particolare, descritti con immagini facili da riconoscere.

  • Il segno della cresta o pinna: un rigonfiamento a forma di pinna lungo la linea centrale della pancia quando si fa uno sforzo, durante un esercizio in palestra oppure semplicemente alzandosi dal letto.
  • Il palloncino di fine giornata: la mattina la pancia sembra abbastanza piatta e con il passare delle ore tende a gonfiarsi molto.

“Spesso una diastasi importante è correlata anche a mal di schiena persistente e a problematiche del pavimento pelvico come la perdita di urina da sforzo, da urgenza o mista”, aggiunge Lottante. “Addome profondo e pavimento pelvico sono muscoli che lavorano in sinergia, insieme al diaframma e ai muscoli profondi della schiena: quando parte del sistema è in sofferenza, spesso anche il resto ne risente, o compensa sotto sforzo”.

E una rassicurazione che vale la pena riportare per intero: “Se dovessi notare uno di questi segnali anche dopo mesi dal parto, non preoccuparti: il tuo corpo ha fatto un lavoro straordinario per nove mesi ed è normale aver bisogno di un aiuto per tornare a fare tutto ciò che faceva prima”.

L’autotest con le dita: perché conviene lasciarlo stare

Sui social circola il consiglio di infilare le dita fra i muscoli addominali per misurarsi la diastasi da sole. “La letteratura scientifica recente e la pratica clinica basata sull’evidenza giudicano l’autopalpazione inaffidabile e controproducente, sia sul piano fisico sia su quello psicologico”, avverte la fisioterapista.

Sul piano fisico: “È sconsigliato ripetere spesso l’autotest e andare a stuzzicare ripetutamente la linea alba, che è una fascia di tessuto connettivo priva di elasticità diretta. Infilare più volte le dita nella linea alba applica una sollecitazione diretta su un tessuto fragile, che nel post partum è in via di guarigione e riorganizzazione”.

Sul piano della misura: “L’angolazione, la pressione esercitata e la posizione del collo e della testa variano a ogni tentativo. Ciò può portare la donna a pensare che la diastasi stia peggiorando solo perché un giorno ha premuto un po’ di più o in un punto leggermente diverso”.

E sul piano psicologico: “L’ansia di doversi controllare ogni giorno può portare all’ipervigilanza, che ci fa vivere il nostro corpo con sospetto e non con fiducia”.

Come si valuta una diastasi

“Lascia piuttosto che sia un fisioterapista specializzato, eventualmente con l’ausilio di un ecografo funzionale, a valutare la salute del tuo addome. Oltre ai centimetri, ciò che realmente valuteremo sarà come il tessuto connettivo risponde quando la donna attiva l’addome: funzionalità e tensione della linea alba sono i fattori più importanti”.

A chi rivolgersi

Il percorso ideale, secondo Lottante, è sempre quello multidisciplinare, con ruoli distinti.

  • Il fisioterapista specializzato si occupa della valutazione funzionale e della riabilitazione della parete addominale, con l’obiettivo di ripristinare la sinergia fra addome, pavimento pelvico e diaframma nella gestione delle pressioni intraddominali.
  • Il ginecologo e il medico di medicina generale aiutano a escludere altre patologie più importanti e a segnalare l’importanza di intraprendere un percorso riabilitativo.
  • Il chirurgo entra in gioco solo se la diastasi è di grado severo o quando il percorso riabilitativo non ha avuto grossi risultati sul miglioramento della qualità della vita.
  • Il personal trainer formato sul post partum può prendere in carico la donna quando i sintomi più invalidanti sono rientrati.

“In ogni caso ogni donna può e deve essere parte attiva nella scelta del percorso giusto da intraprendere nel suo caso specifico”.

Quanto tempo è passato dal parto

È la domanda che si fanno le donne che scoprono la diastasi anni dopo. “Non è mai troppo tardi per iniziare”, risponde Lottante.

I tempi, nel dettaglio:

  • Prime 6-8 settimane: il corpo mette in atto una rigenerazione spontanea della linea alba e del connettivo. Prima che sia passato questo periodo non c’è motivo di allarmarsi; la valutazione della diastasi si fa dopo. “Sempre dopo la visita ginecologica sarebbe opportuno valutare anche il pavimento pelvico”.
  • Da 2 a 12 mesi dal parto: la finestra migliore, perché i tessuti sono estremamente reattivi e recettivi agli esercizi giusti.
  • Dopo anni: “La ricerca ha dimostrato che il nostro sistema neuromuscolare mantiene la capacità di adattarsi e migliorare a qualsiasi età, anche dopo anni. Lavorare su una diastasi addominale dopo cinque o dieci anni dal parto potrà voler dire che i tempi di recupero saranno forse leggermente diversi, ma i risultati in stabilità, funzionalità e benessere con un buon lavoro possono essere gli stessi. Ogni corpo è diverso, ha una sua storia, un suo vissuto e quindi risponde in maniera diversa anche agli stimoli, motivo per cui ogni percorso deve essere personalizzato e cucito sulla persona che si ha davanti”.

Esercizi: che cosa è cambiato

“Su internet e in particolare sui social è facile leggere tutto e il contrario di tutto. Per anni si è posto il focus sul vietare particolari sforzi o esercizi, eppure guardando alla letteratura scientifica più recente scopriamo che molte delle vecchie regole sono state completamente ribaltate”.

Il caso più noto sono i crunch: “Avrete probabilmente letto ovunque di doverli evitare perché allontanavano i retti. È stato dimostrato che, se fatti bene e con la concomitante attivazione di trasverso e pavimento pelvico, in fase espiratoria e non in apnea, possono addirittura avvicinarli”.

Il punto di arrivo cambia di conseguenza: “L’obiettivo della riabilitazione non è porre il focus sulla riduzione dei centimetri della diastasi, ma far sì che la linea alba sia in grado di generare tensione e sopportare il carico. Non serve evitare i movimenti, ma riabilitare e far sì che la persona possa tornare a farli in maniera più serena”.

Quanto a yoga, pilates e corsa: “Imparando a gestire le pressioni intraddominali nel modo giusto possono essere integrate nel percorso. E perché no, anche lotta greco-romana, boxe, pole dance o qualunque altra cosa piaccia alla paziente”.

Gli obiettivi, del resto, sono personali: “Per alcune è poter sollevare il proprio bambino senza avere sintomi, per altre tornare a un lavoro che richiede sforzi specifici, per un’altra riprendere ad allenarsi in palestra o correre senza avere perdite”.

Diastasi e cicatrice del cesareo: due cose diverse

Chi ha partorito con un taglio cesareo a volte nota una piega sopra la cicatrice e si chiede se sia diastasi. Sono fenomeni distinti.

“Il cesareo è a tutti gli effetti un intervento chirurgico, coinvolge diversi strati di tessuto, e la cicatrice non è un semplice segno sulla pelle: è un tessuto che interagisce con tutti gli altri. Lo scalino si forma se ci sono aderenze, perché la cicatrice può creare un blocco che impedisce il naturale scorrimento delle fasce muscolari. La diastasi invece riguarda la separazione dei muscoli retti”.

Quando coesistono: “La cosa migliore da fare è integrare l’esercizio terapeutico mirato per core e pavimento pelvico con un lavoro manuale specifico sulla cicatrice, che permetta di desensibilizzare la zona e scollare i tessuti profondi, così da restituire elasticità alla pelle. In questo modo anche lo scalino risulterà molto meno evidente. Con il giusto percorso terapeutico estetica e funzionalità dell’addome possono sicuramente tornare al meglio”.

Su MammaWriter abbiamo dedicato due approfondimenti a questi aspetti: lo scalino della cicatrice del cesareo e le aderenze dopo il cesareo.

Quando il pavimento pelvico entra nel discorso

Addome e pavimento pelvico lavorano insieme, quindi una valutazione spesso tira l’altra.

Per rimettersi in movimento in sicurezza, intanto, può essere utile la nostra guida alla ginnastica post parto.

La fisioterapista intervistata

Ritratto di Maria Lottante, fisioterapista specializzata in riabilitazione del pavimento pelvico

Maria Lottante · Fisioterapista specializzata in riabilitazione del pavimento pelvico

Maria Lottante è fisioterapista dal 2020 e si occupa di riabilitazione uro-ginecologica e proctologica. Dopo la laurea in fisioterapia ha proseguito con corsi di specializzazione sul recupero post parto, il dolore pelvico cronico, l’endometriosi, la vulvodinia e la fisioterapia dermatofunzionale, che comprende il trattamento delle cicatrici del cesareo e dell’episiotomia. Riceve negli studi di Bellona, Santa Maria Capua Vetere, Maddaloni e Pomigliano d’Arco.

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Intervista a cura di Brunella Farina per La parola agli esperti. Le indicazioni hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la valutazione del fisioterapista, del ginecologo o degli altri professionisti che seguono la persona.

Per capire se quello che noti sulla tua pancia merita una valutazione, puoi rispondere al questionario sui segnali di diastasi addominale: sette domande sui segnali che una fisioterapista considera, senza misurazioni con le dita.

Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico, dell’ostetrica o del pediatra che ti segue.

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