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Buon settimo compleanno figlia mia

18 dicembre: a te che sei l’unica ragione

Il 18 dicembre torna ogni anno con la forza di una marea: entra e si siede lì, nel mezzo del petto, portandosi dietro tutto. Le immagini, gli odori del reparto, quella luce al neon che si rifletteva sull’incubatrice. E io che conto i giorni, ventuno per la precisione, aggrappata a ogni piccolo segnale di miglioramento.

Ventuno giorni sospesi

Chi non li ha vissuti non può capire cosa significhi contare le ore in un reparto di terapia intensiva neonatale. Il tempo lì dentro non scorre come fuori: si dilata, si contrae, si ferma del tutto quando un monitor suona nel modo sbagliato. Poi riparte, e tu con lui. I primi giorni li ricordo sfocati, come visti attraverso un vetro bagnato. Non ero ancora mamma, non del tutto. Ero una donna spaventata che teneva il fiato e si ripeteva che sarebbe andato tutto bene, senza crederci fino in fondo. La maternità vera, quella che ti entra nelle ossa, è arrivata dopo, piano piano, un follow-up alla volta, una nottata in bianco dopo l’altra.

Quando la paura comincia a scemare

C’è un momento preciso in cui il terrore si allenta. Non sparisce, quello non succede mai, nemmeno anni dopo, ma molla la presa quel tanto che basta per lasciarti respirare. Per me è coinciso con la fine di quei ventuno giorni. Il peggio era passato, o almeno così ci dicevano, e io potevo finalmente permettermi di guardare mia figlia senza cercare guai, senza contare i battiti, senza trattenere il respiro. È lì che ho cominciato a essere davvero la sua mamma. Non prima. Prima ero in modalità sopravvivenza, tutta adrenalina e preghiere laiche. Dopo, finalmente, c’è stato spazio anche per la gioia.

Il dolore che trasforma

Lo dico senza retorica: il dolore cambia le persone. A volte le spezza, a volte le ricostruisce più forti. Nel mio caso, mi ha insegnato a dare il giusto peso alle cose. Quando hai visto tua figlia lottare per recuperare le risorse, le lamentele quotidiane diventano rumore di fondo. Ti accorgi che la maggior parte delle cose di cui ci preoccupiamo non vale la fatica che ci mettiamo. Ogni 18 dicembre questo pensiero torna a bussare come un promemoria: quella nascita è stata anche la mia rinascita. Sono diventata un’altra persona quel giorno, più fragile e più coriacea allo stesso tempo, se ha senso dirlo.

A te che sei l’unica ragione per arrivare fino in fondo a ogni mio respiro

Dopo la tempesta, il dono. Ogni sorriso di Viola, ogni traguardo raggiunto, ogni “mamma” detto a sproposito nel momento perfetto mi ricorda perché ne è valsa la pena. Non servono parole grandi per dire certe cose. Ne basta una sola: amore. Quello incondizionato, totale, senza scadenza. Quello che non si misura e non si esaurisce, che cresce col tempo invece di consumarsi.

A tutte le mamme che hanno contato i giorni in un reparto, che hanno avuto paura e non l’hanno detto, che hanno finto di essere forti mentre dentro crollavano: vi vedo. So cosa avete passato. E so anche che ne è valsa la pena.

Sempre e per sempre.

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