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Aborto terapeutico: alla scoperta di un tabù

L’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia, viene definita anche aborto terapeutico. Questa procedura medica è prevista per le interruzioni di gravidanza che avvengono dopo il primo trimestre ed entro la 22esima settimana di gestazione.

Per potersi sottoporre a questo intervento è necessario un certificato medico che attesti la causa che determina l’aborto: condizioni che mettono in pericolo la salute della mamma sia fisica che psicologica.

Tuttavia, ci sono ancora molti punti della legge 194 del 1978 che andrebbero rivisti che riguardano: il termine ultimo per accedere a questa terapia e le modalità con le quali si procede all’aborto.

Cos’è l’aborto terapeutico e quando si pratica

L’aborto terapeutico è un’interruzione di gravidanza che avviene dopo i primi 90 giorni dall’inizio della gestazione ed è ammessa in due specifici casi:

  • la gestazione e il parto sono potenzialmente pericolosi per la salute della donna. Pur trattandosi di una condizione molto rara, ci sono casi in cui la gestante non può proseguire la gravidanza perché rischierebbe di perdere la propria vita. Stiamo parlando di distacco della placenta che provoca un’emorragia o la rottura del sacco amniotico con la conseguente diffusione di una grave infezione.
  • il feto è affetto da gravi malformazioni o patologie che lo rendono incompatibile con la vita extra-uterina.

In entrambi i casi occorre che sia un medico, mediante un apposito certificato, ad attestare l’insorgenza di complicazioni potenzialmente fatali per la gestante. Queste gravi patologie sono generalmente riscontrate da esami clinici approfonditi come la villocentesi, l’amniocentesi e le ecografie.

Termine ultimo per l’aborto terapeutico

Uno dei punti sui quali bisognerebbe soffermarsi a riflettere riguarda il termine ultime entro il quale la legge autorizza l’interruzione volontaria di gravidanza.

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Di fatto, il termine delle 22 settimane di gestazione è stato fissato in previsione del fatto che, prima di quella data, nessun feto sarebbe in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno.

Dal momento in cui il feto ha possibilità di sopravvivere all’esterno dell’utero (dalla 23esima settimana) sorge un ostacolo all’aborto, perché la legge impone ai medici di rianimare il neonato.

Quando la grave malattia o la malformazione del feto vengono diagnosticate dopo la 22esima settimana, in Italia non è ammesso l’aborto volontario. In tal caso, le gestanti sono costrette a rivolgersi alle strutture sanitarie estere.

L’unico caso in cui la legge ammette l’interruzione della gestazione anche dopo la 22esima settimana si configura quando la vita della gestante è a rischio. In tali circostanze, il ginecologo che esegue la procedura medica è tenuto ad adottare le misure salvavita per il feto.

Come viene eseguito un’interruzione volontaria di gravidanza

Altro aspetto sul quale è necessario porre l’accento riguarda il modo in cui viene eseguito un aborto terapeutico: mediante travaglio.

Le interruzioni volontarie di gravidanza che avvengono nei primi 90 giorni prevedono lo svuotamento dell’utero, che avviene tramite la tecnica dell’aspirazione o del raschiamento. In entrambi i casi la donna è sottoposta ad anestesia totale.

L’aborto terapeutico che viene seguito dopo la 16esima settimana di gestazione prevede l’induzione del travaglio che può avvenire tramite:

  • La somministrazione di prostaglandine per via vaginale, si tratta di farmaci che inducono le contrazioni uterine, innescando il travaglio. I tempi della procedura sono alquanto soggettivi e possono variare da qualche ora a un paio di giorni.
  • Assunzione per via orale di mifepristone (pillola Ru486) con successiva somministrazione di prostaglandine per via vaginale. Questa pratica è decisamente più veloce ma non è usata in tutti i centri (sic!)
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Non c’è uniformità sulle procedure da adottare durante la fase di espulsione del feto: in alcuni centri la donna viene trasferita in sala parto, in altri, invece, l’aborto si consuma in sala travaglio o nella stanza del reparto.

La polemica: la questione dei medici obiettori

Nelle strutture ospedaliere italiane che si occupano di aborti terapeutici ci sono moltissimi medici obiettori, che non offrono un servizio completo alle pazienti.

L’Ospedale San Camillo di Roma è la struttura sanitaria italiana che effettua il maggior numero di interruzioni volontarie di gravidanza (3 mila all’anno). Per questa ragione è stato pubblicato un bando di assunzione di due ginecologi non obiettori.

Il requisito, di cui sopra, ha suscitato non poche polemiche ma, come spiega la ginecologa Giovanna Scassellati che lavora presso la struttura romana, in Italia ci sono troppo medici obbiettori: “Il San Camillo lavora sui grandi numeri e, per questo motivo, la struttura ha bisogno di personale che offra un servizio completo, per rispondere adeguatamente alla domanda che ci arriva ogni giorno.”

Per ulteriori informazioni sull’argomento è possibile consultare il sito della Laiga, Associazione Italiana di Ginecologi non obiettori, fondata dalle dottoresse Silvana Agatone e Concetta Grande.

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